
In un periodo storico segnato da grande incertezza, in cui il mondo è sempre più lacerato da nuovi conflitti, da una crisi climatica inarrestabile e da una disuguaglianza sociale ai massimi storici, i piccoli gesti diffusi e ripetuti nel tempo possono fare la differenza. Là dove si è scelto di rispondere all’odio con altro odio, possiamo decidere di intraprendere una via ribelle e impugnare l’arma della gentilezza e dell’amore.
Ciò che posso condividere è un piccolo fatto dalla mia esperienza personale che dà certo speranza e fiducia nell’umanità. Da circa due mesi sono stabile a Trincomalee, una località sull’Oceano a nord est dello Sri Lanka. Qui ho sentito che c’era qualcosa d’importante per me e ho scelto di fermarmi dopo aver esplorato il sud e il centro dell’isola. Non solo questa zona costiera ha dei paesaggi spettacolari ma anche la comunità locale, nella sua semplicità e spontaneità, contribuisce ad arricchirne la bellezza.
Come molte spiagge dell’isola, ahimé, anche Uppuveli Beach è periodicamente inondata di rifiuti di ogni tipo provenienti dall’oceano. Situazione alquanto ironica in un contesto che fino a qualche decennio fa era abituato a servirsi di larghe foglie di banano come ottimo piatto usa e getta a impatto zero. L’effetto di un consumismo smodato è arrivato fin qui. Che fare? Come recita una meravigliosa canzone di Claudio Rocchi: “O sei parte del problema, o sei parte della soluzione”.
In un posto così meraviglioso che ho cominciato a chiamare “casa” non sono proprio riuscito a voltare le spalle e far finta di niente davanti a un problema tanto evidente. Così, munito di guanti e sacchi della spazzatura, ho cominciato a raccogliere ciò che l’oceano aveva ironicamente restituito all’uomo.
In poco tempo, ho incontrato un giovane ragazzo italiano che da diversi anni ha fatto la scelta – come tanti – di lasciare l’Italia e trasferirsi in Francia, dove vive e lavora. Il suo nome è Riccardo. Abbiamo legato immediatamente e nel giro di poco anche lui era in spiaggia a dare una mano.
Dopo una settimana Riccardo era ripartito, ma nuova energia giovane ha ben presto abbracciato l’iniziativa e da due siamo diventati quattro. Un mix di giovani da storie e background culturali diversi, tutti entusiasti di dare una mano: Georgie e Emily dagli UK, Stephan dall’Austria e Natalie dalla Germania. Con loro continuiamo il lavoro già iniziato, riuscendo a ripulire un angolo di spiaggia praticamente divenuto una discarica a cielo aperto, rifiuto dopo rifiuto.
Qui non si tratta più di spazzatura proveniente dalle acque ma di una noncuranza comune. Si aggiungono qualche tempo dopo Alessandro e Daniele, entrambi sulla quarantina ma con un’energia fresca e frizzantina: il primo un guerriero dai lunghi capelli e il corpo tatuato come un moicano, e il secondo un nomade digitale dalla battuta sempre pronta e con la testa liscia come i monaci buddisti che non di rado si vedono da queste parti. Un duo certamente esplosivo proveniente dalla provincia di Lecco e Como con cui fatico a trattenere le risate. E proprio con loro realizzo che se c’è qualcosa che può davvero salvare l’umanità è proprio “l’umorismo”.
Ogni volta è un’occasione unica per conoscere nuove persone, condividere le proprie storie di viaggio e di vita, stare insieme in modo diverso e stimolante. Ogni volta ci si incontra quasi miracolosamente, si crea una connessione, per poi salutarsi e proseguire ognuno sulla propria strada, seguendo la propria unica storia.
Ma il vero e proprio miracolo penso sia avvenuto qualche giorno fa.
Mi trovavo sulla spiaggia a prendere il sole e leggere l’ultimo di Gotto sulla sdraio quando vedo qualcosa che non mi sarei mai aspettato: ben tre persone del posto, armate di sacchi della spazzatura, stavano pulendo la spiaggia provando a coinvolgere i turisti. Non nascondo che il mio cuore si è aperto e i miei occhi sono diventati lucidi. “Allora la catena del dono funziona davvero”, pensai dentro di me.

Proprio in uno di quei pomeriggi di raccolta, un signore austriaco si avvicinò a noi incuriosito e ammirato. Anche lui ci fece un dono grande: ci raccontò una storia. Tanti anni fa si era recato in Thailandia per un viaggio di piacere tra sabbia dorata e acque cristalline. Solo una cosa lo turbò: nella spiaggia dove era solito andare c’era sparsa qua e là della spazzatura.
Come noi, non riuscì a rimanere indifferente e cominciò ogni giorno a raccogliere qualche rifiuto prima di rientrare in hotel. Un giorno un signore locale lo fermò e gli chiese: “Questa è la nostra spiaggia, perché fai questo? Non è il tuo compito.” Lui rispose calmo e sorridente: “Questa è la spiaggia di tutti e tutti abbiamo il dovere di prendercene cura.”
Una decina di anni dopo, questo signore tornò sulla stessa spiaggia e non riuscì a credere ai propri occhi: non c’era traccia nemmeno di un piccolo rifiuto. Fu genuinamente entusiasta di quella sorpresa. Ci tenne a precisare che non voleva prendersi il merito di un cambiamento così grande: di certo c’è stata anche una spinta delle istituzioni locali e del governo per incentivare il turismo, ma di una cosa era sicuro: anche lui, nel suo piccolo, è stato parte di quel circolo virtuoso che ha portato finalmente a un cambiamento.
Certo, a Uppuveli Beach c’è ancora molto da fare, con interi segmenti di spiaggia inondati da spazzatura come fossero cimiteri di plastica, ma questo rinnovato interesse a prendersi cura di questo spazio comune è sicuramente ispirante e promettente.
Sono molte le spiagge sull’isola che necessitano di attenzione e cura, per non parlare di Paesi come il Bangladesh, devastati dai rifiuti industriali e dai prodotti di scarto del campo tessile che alimenta il “fast fashion” occidentale. Di esempi potremmo farne tantissimi, ma la cosa che possiamo tenere bene a mente è che tutti abbiamo voce in capitolo e possiamo contribuire al benessere del pianeta.
Si parte da piccoli gesti di consapevolezza: non sprecare troppa acqua, prendersi cura degli spazi pubblici raccogliendo un rifiuto quando lo incontriamo, scegliere quali aziende sostenere quando facciamo la spesa – o rivolgersi direttamente alla piccola azienda agricola locale – preferire prodotti sfusi piuttosto che super imballati.
Di soluzioni semplici e quotidiane ce ne sarebbero moltissime; mi sono soffermato solo su alcune. Quello che mi riconferma l’esperienza di Uppuveli Beach è che dare l’esempio vale più di mille parole. Non aspettare che sia l’altro a occuparsi di un problema, non serve lamentarsi: se senti di voler intervenire nella tua realtà locale, fallo e basta.
E in chiusura di questa testimonianza, penso calzi a pennello una citazione sempre fresca e potente del caro Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Samuele P. Perrotta
01/04/2026
Trincomalee, Sri Lanka